“Monologo Quantistico” di Gabriella Greison

“Alla fine, per riuscire a dimostrare delle teorie tanto complesse, tanto sfigati questi fisici non dovevano essere” La rivalutazione del nerd (parola ormai super-inflazionata ma che per una volta usiamo a proposito), lo smart-is-the-new-sexy pensiero. Un modo di intrattenere – muovendo sapientemente i fili dello storytelling – che è anche didattico, spesso scendendo al detaglio della singola equazione matematica: è questo lo spettacolo di Gabriella Greison dal titolo “1927 – Monologo Quantistico”. Tutto inizia durante i corsi di fisica nucleare all’università di Milano, dove ogni giorno tutti gli studenti sono costretti a passare di fronte alla fotografia commemorativa del Congresso Solvay del 1927. In quella foto sono ritratte le 29 menti della fisica più eccellenti del momento, che finiranno per collezionare in totale 17 premi Nobel. Einstein subito riconoscibile al centro, ma anche Madame Curie, Bohr, Schroedinger, Born, Planck, Dirac. Gabriella –  allora ancora studente – rimane affascinata da questa foto in bianco e nero, vorrebbe sapere tutto quello che è accaduto in quei cinque giorni a Bruxelles, dove le migliori menti del secolo si sono scambiati pareri e sfide sui complessi temi della fisica “viva”. Con un lavoro più da archivista, da storica, che da fisico quantistico, Gabriella parte per Bruxelles dove andrà ad alloggiare nella stessa camera abitata da Einstein all’Hotel Metropole, scatterà fotografie dei luoghi dove Bohr si prendeva gioco di Dirac, dove Madame Curie  – unica donna invitata – ripassava i suoi appunti. Il risultato è questo bellissimo “Monologo Quantistico”, dove numeri e formule si mescolano ad amori, ambizioni e particolarità di scienziati che prima di tutto erano persone, con un proprio passato e vissuto individuale....

“La passione di raccontare storie, Enrico Ruggeri e la sua arte”

E’ difficile trovare in Italia un artista che è possibile vedere trionfare a san Remo, vendere milioni di dischi, scrivere alcuni dei testi delle più belle canzoni italiane, presentare programmi tv di successo, scrivere ottimi romanzi, creare un format radiofonico innovativo e molto ascoltato… La lista potrebbe continuare ancora per molto, ma non voglio annoiarvi con le doti artistiche di Enrico Ruggeri. Ho incontrato lo scrittore, presentatore, speaker ecc.. ecc.. (anche qui non voglio dilungarmi) per le vie di Viterbo mentre si apprestava a presentare il suo ultimo libro “Un prezzo da pagare” un noir ambientato a Milano nel mondo dei”Vip” e soprattutto degli “aspiranti Vip”. Parlando con lui non mi sono soffermato solo sul suo ultimo romanzo ma ho voluto una risposta alla domanda che viene subito in mente leggendo il curriculum, o meglio le gesta, di un artista del genere: Coma fai a seguire tutte queste fughe di arte e cultura nella tua vita? La risposta è stata quella che mi aspettavo. Mi piace raccontare delle storie, spiega Ruggeri, lo faccio con le canzoni, con la radio, con la televisione ma il concetto rimane sempre lo stesso. Mi aspettavo questa risposta perché seguo il programma radiofonico “Il falco ed il Gabbiano” condotto dall’artista su Radio 24. Proprio sulle frequenze della radio lui apre ogni puntata con la classica frase “Oggi racconto la storia di ….”, ma basterebbe comunque ascoltare una canzone o vedere un programma tv condotto da Lui per apprendere in qualche modo una storia diversa proveniente dai mondi più disparati, si passa da temi sentimentali all’ufologia, dalla storia di dittatori asiatici sino ai moderni sovrani...

Giuseppe Culicchia – “Mi sono perso in un luogo comune”

No, niente presentatori sul palco a farmi finti quesiti del tipo “si faccia una domanda e si dia una risposta”. Anni fa, un tipo che doveva presentarmi in pubblico esordì così: “Ed eccoci finalmente con l’autore di Jack Frusciante è uscito dal gruppo”. E’ anche per questo che non faccio più presentazioni, ma solo reading comici. Certo non così comici. Però sto migliorando. È vero, non così comici. Perché oltre alla risata di impatto alla fine di ogni sua definizione, Giuseppe Culicchia ci ha regalato un punto di partenza dal quale iniziare una riflessione non più comica ma  – ahinoi –  amara ed ineccepibile sulle miriadi di banalità che ogni giorno escono dalle nostre bocche convinti di dar sfoggio della nostra intelligenza. “Mi sono perso in un luogo comune – dizionario della stupidità” (Einaudi) è una raccolta di tutte le scontate opinioni che tutti noi al bar, sui social, ma molto spesso anche in ambiti più prestigiosi, spacciamo per grandi verità o frutto di chissà quali elucubrazioni mentali. LEGGERE: Perdita di tempo, ovviamente quando si tratta di libri e quotidiani, ma anche nel caso di istruzioni per l’uso di strumenti tecnologici o elettrodomestici, e pure per i bugiardini dei farmaci. Se su Facebook o su Twitter ci si imbatte in un link che rimanda al brano sulla Neolingua tratto da 1984 di Orwell, in cui si narra dalla distruzione delle parole con conseguente eliminazione di qualsiasi forma di pensiero complesso, soffermarsi per un istante a riflettere, e collegare tale profezia alla riduzione del vocabolario e del pensiero grazie ai 140 caratteri di Twitter e ai “mi piace” di Facebook. Quindi...

LO STATO SOCIALE: DA BAND ANTICONVENZIONALE A SCRITTORI CONVENZIONALI

LO STATO SOCIALE: DA BAND ANTICONVENZIONALE A SCRITTORI CONVENZIONALI Per tanti di voi Lo Stato Sociale significa “Mi sono rotto il cazzo”, “Sono così indie” e “C’eravamo tanto sbagliati”, ma a Caffeina 2016, sul palco di piazza del Plebiscito… ops piazza San Lorenzo (capirete il perché ascoltando l’intervista), la band ha dimostrato di saper sorprende anche in un altro ambito. E’ stato presentato il libro “Il movimento è fermo”. Forse presentato non è la parola giusta, più che altro è stato letto, scelta a mio parere azzeccatissima perché ha proiettato tutti i presenti all’interno del romanzo, evitandoci le classiche domande poste agli scrittori che in molti casi non raggiungono l’obiettivo di farci comprendere il messaggio del libro. L’essere una band sulla cresta dell’onda, nel mondo del indie italiano, sicuramente li ha aiutati e li aiuterà nella promozione e nella vendita del libro. Non sappiamo se si tratta di una scelta puramente commerciale o artistica, ma di certo il libro può considerarsi un continuo del messaggio raccontato dalla band nei testi delle loro canzoni. Il romanzo narra la storia di due amici, uno aspirante giornalista, l’altro una sorta di “cicerone” moderno, entrambi legati indissolubilmente alla vita e alla società bolognese. Proprio il clima sociale del capoluogo emiliano offusca lo spirito reazionario che, secondo gli autori, dovrebbero avere i due giovani. Sarà una ragazza, Eleonora, a rifar ardere il fuoco della rivoluzione nei loro animi. Un fan dello Stato Sociale riconoscerà sicuramente questo tema all’interno di tanti brani, due su tutti “La rivoluzione non passerà in tv” e “Senza macchine che vadano a fuoco”. Al termine del loro intervento i cinque...